Il TAGLIO PER VASTO
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FOSSO MARINO
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E' in distribuzione gratuita il numero speciale 3 de "il Taglio giusto per Vasto"
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Politica e Riflessioni
SI INIZIA MOLTO MALE !
Vasto, 14.06.2011.- Prendiamo atto della convocazione, nei termini stabiliti, della riunione del Consiglio comunale, per sabato 18 giugno, e ne valutiamo l’Ordine del giorno.
A tal proposito, verifichiamo come, al punto 6, in ossequio a quanto stabilito dall’art 58 dello Statuto comunale, viene prevista la presentazione delle “Linee programmatiche di governo (azioni e progetti da realizzare nel corso del mandato)”. A tal proposito, balza all’evidenza l’assenza del benché minimo richiamo all’apertura della discussione in Consiglio sul punto medesimo. Ed infatti, nel caso in cui ciò fosse stato negli intendimenti dell’estensore dell‘OdG, sarebbe dovuta comparire almeno l’indicazione “discussione”, così come normalmente in uso nella descrizione dell’oggetto dei singoli argomenti.
Tale omissione appare gravissima, poiché rende presumibile, da parte del neo eletto Sindaco, estensore della convocazione, la volontà di impedire il confronto sul più importante documento iniziale del quinquennio amministrativo. Non varrebbe neanche la pena, infatti, ricordare come il Consiglio comunale “esprime ed esercita la rappresentanza diretta della Comunità, dalla quale è eletto, ed è organo di indirizzo e di controllo politico amministrativo” ed ancor più “determina l'indirizzo, attua la programmazione ed esercita il controllo dell'attività politico-amministrativa del Comune”.
Se il neo eletto Sindaco pensa e ritiene di poter disporre del Consiglio comunale al solo fine di presentare e dare semplice comunicazione del proprio indirizzo di governo della città, in ordine alle Linee programmatiche, incorre in grave errore. Infatti, questa opposizione è pronta e determinata al confronto proprio sul Programma che egli stesso ritiene dover avere solo la bontà di portare a conoscenza dell’Assemblea civica!
Si invita, pertanto, il Sindaco a dichiarare, immediatamente, la propria disponibilità e volontà ad aprire la discussione consiliare sul punto 6 dell’OdG della seduta del Consiglio comunale di sabato prossimo e ad all’uopo integrare l’OdG stesso.
Massimo Desiati - Andrea Bischia
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SONDAGGIO
CHI MANDARE AL BALLOTTAGGIO ?
RISULTATI
La premessa della domanda così posta è stata la seguente:
Nelle prossime elezioni comunali, l’obiettivo è quello di sconfiggere l’attuale maggioranza che governa la città ed iniziare un percorso di modernizzazione per Vasto.
E’ molto verosimile che, al primo turno e considerato l’alto numero di candidati alla carica di Sindaco, nessuno di loro riuscirà a superare la soglia del 50% dei voti ed essere eletto, così, al primo turno. Si andrà, quindi, al ballottaggio tra i due candidati che avranno ottenuto la percentuale più alta.
Secondo te, per prevalere sul candidato Luciano Lapenna, quale è il migliore candidato antagonista da mandare al ballottaggio?
Hanno aderito al sondaggio ben 314 visitatori. E questi i risultati:
3 % - Marco Gallo
3 % - Nicola Del Prete
1 % - Incoronata Ronzitti
10 % - Mario Della Porta
81 % - Massimo Desiati
2 % - Ivo Menna
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SONDAGGIO
ELEZIONI. QUALE FORMAZIONE PER IL CANDIDATO SINDACO MASSIMO DESIATI ?
RISULTATI
La premessa della domanda così posta è stata la seguente:
“Con l’avvicinarsi delle consultazioni per l’elezione del Sindaco e per il rinnovo del Consiglio comunale, si fanno varie ipotesi circa la formazione di coalizioni per il “primo turno”. Proponiamo un sondaggio per verificare non soltanto il desiderio dei visitatori del nostro sito ma anche al fine di trarne importante suggerimento. Una sola raccomandazione: l’espressione di voto nel sondaggio non tenga conto soltanto dell’obiettivo di vincere le elezioni ma anche di quello, fondamentale, di riuscire, poi, ad amministrare la città con tranquillità e producendo risultati. Altre ipotesi di aggregazione, oltre a quelle qui rappresentate, sono escluse”.
Hanno aderito al sondaggio ben 508 visitatori. E questi i risultati:
23 % - Progetto per Vasto - Desiati senza altre liste
17 % - Progetto per Vasto - Desiati / Altre liste civiche
5 % - Progetto per Vasto - Desiati / IdV
17 % - Progetto per Vasto - Desiati / UdC / FLI
19 % - Progetto per Vasto - Desiati / PdL
19 % - Progetto per Vasto - Desiati / PdL / UdC / FLI
Noi, del Movimento civico “Progetto Per Vasto”, ne abbiamo tratto le debite considerazioni ed offriamo tali risultati all’attenzione delle forze politiche chiamate in causa ma, soprattutto, è alla cittadinanza vastese che li porgiamo, affinché possano ricavarne un proprio giudizio.
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Opuscolo "TURISMO E PROMOZIONE DEL TERRITORIO"
E’ iniziata la distribuzione, in città, dell’opuscolo “Turismo e promozione del Territorio”, redatto a cura del Movimento civico “PROGETTO PER VASTO”. Si tratta di un accurato lavoro offerto all’attenzione degli operatori del Turismo, agli imprenditori ed a tutti i cittadini vastesi, con cui si propongono soluzioni e strategie per il definitivo rilancio dell’immagine turistica della città e per la valorizzazione delle sue caratteristiche territoriali.
Un opuscolo di 16 pagine, suddiviso in capitoli quali:
Aspetti gestionali del Territorio, Organizzazione turistica, Piano strategico per il Turismo, Brand per il territorio, Politiche di comunicazione turistiche e di co-marketing, Attività pubblicitarie, Sistema di accoglienza, Nuovi eventi.
La distribuzione presso le strutture di ospitalità, gli esercizi di ristorazione, bar e commerciali, è curata, personalmente, dal candidato Sindaco del Movimento civico Progetto per Vasto Massimo Desiati.
Menti recintate, pensate a pedalare!
L’estate vastese 2010 ha, oramai, visto consolidati i suoi temi: recinzioni degli stabilimenti e pista ciclabile. Coloro che hanno necessità di scaldare i propri animi, per temperare le insopportabili differenze climatiche, hanno a disposizione lo strumento della passione per la polemica.Recinzioni. Il Centrodestra, che sull’argomento non aveva mai fatto… barricate ed anzi si era pronunciato più volte contro di esse (fino ad approvare in Regione, nel 2004, un Piano Demaniale che ne faceva espresso divieto), si è trovato a dover rincorrere soluzioni, a causa di una inopportuna e capotica fuga in avanti di alcuni suoi esponenti, ed oggi è costretto a ricercare difficili equilibri per salvare capra e cavoli. In Abruzzo, in Italia, nessuno aveva mai sentito come inderogabile la necessità di recintare gli stabilimenti balneari per motivi di sicurezza, a Vasto, invece, sembra che, senza di esse, non sia possibile, addirittura “fare turismo”! Incredibile! Come se fosse questo il motivo delle scarse presenze e di una carente offerta turistica!
A noi pare, con un senso non certo superiore a quello del buon padre di famiglia, che la sicurezza delle strutture balneari non possa essere assicurata dalle recinzioni, per superar le quali è sufficiente una pinza tronchese. La soluzione è quella della guardianìa notturna e null’altro. Almeno d’estate. D’inverno, le strutture mobili vengono rimosse; restano i chioschi bar, che pur potrebbero essere svuotati delle loro attrezzature per non muovere alcun interesse al furto. Ed allora si blindino questi e tutt’al più d’inverno, senza necessariamente erigere recinti a salvaguardia della sola sabbia, a questo punto! No, per un inconcepibile principio, occorrono le recinzioni! Attorno al tema, si scatenano polemiche, nascono problemi ed imbarazzi tali da costringere una forza politica a trovare soluzioni di equilibrio interno. E’ inverosimile!
Pista ciclabile. Finalmente e faticosamente realizzata, unica vera novità nel povero panorama delle infrastrutture cittadine al servizio del Turismo, per alcuni, tale struttura diventa elemento di provocazione per il compimento di atti vandalici! Se c’è vandalismo a danno della pista ciclabile la colpa è… della pista ciclabile! Se si verifica un incidente stradale perché un automobilista passa col rosso, la colpa è da attribuire al semaforo! Il problema è di insufficiente educazione, di qualche schiaffo mancato, di carenza di personale per i controlli, di scarsa abitudine alla civiltà. Ci vorrà tempo, pazienza e qualche schiaffo in più. Ma non si dica che la soluzione è l’assenza di strutture pubbliche!
Forse è il caldo che dà alla testa, forse si sta perdendo il senso dell’equilibrio, forse non si ha la capacità di discutere circa i veri temi della Politica amministrativa cittadina. C’è comunque da restare attoniti di fronte a tali povertà. Speriamo che le prime piogge rinfreschino le menti.
Massimo Desiati
Non sono le recinzioni la soluzione
Nel Luglio del 2004, Assessore regionale al Territorio, Ambiente e Turismo, portai all’approvazione del Consiglio regionale il Piano Demaniale Marittimo, da tempo atteso.Con esso, si definivano i principi per l’esercizio delle attività con fini turistico-ricreativi sulle aree demaniali, fissando criteri e parametri. Inoltre, si individuavano gli obiettivi da raggiungere per il suo tramite: tutela ambientale e sviluppo ecosostenibile nell’uso del demanio marittimo, garanzia per agli operatori turistici circa la possibilità di ottimizzare gli investimenti dell’attività d’impresa, sviluppo omogeneo sulle aree demaniali destinate ad uso turistico-ricreativo di tutto il litorale abruzzese, nel rispetto del patrimonio naturale e degli equilibri territoriali ed economici; offerta di strutture e servizi di qualità al turismo balneare; gestione integrata dell’area costiera; tutela del territorio, nelle aree a rischio di erosione.
Il Disegno di Legge, prima della sua approvazione, fu discusso con le Categorie economiche, Associazioni e Comuni interessati, come è ovvio che fosse. Al termine del confronto, fu portato in approvazione e, in Consiglio regionale, fu votato (cosa rara) da una larghissima maggioranza se non, addirittura, all’unanimità (non ricordo bene). Naturalmente, le norme contenute nella Legge hanno avuto vigore per tutti i 19 Comuni della costa abruzzese, anche per Vasto. Bisogna fare questa sottolineatura poiché il nostro Comune, chissà perché, sembra oggi rappresentare una “repubblica” a parte!
All’Art. 5 della Legge, quello dei Criteri generali, il comma 17 recitava: “E’ vietata la recinzione degli stabilimenti balneari situati nelle aree in concessione”. All’epoca, questo aspetto della Legge non sollevò alcun problema. Anzi, tutti ne furono convinti assertori: da Martinsicuro a San Salvo, lungo i 120 km di costa.
Oggi, il Consiglio Regionale modifica questo aspetto, e solo questo, della Legge, permettendo recinzioni alte un metro ed ottanta (oltre lo sguardo, quindi). E’ certo possibile, a volte doveroso, modificare le Leggi nel tempo ma, altrettanto certamente, questo accade quando, soprattutto per una Legge di governo del territorio (nel nostro caso, demaniale), una forte richiesta dovesse giungere dai Comuni interessati o dalle Associazioni di categoria, insomma, da realtà che ne abbiano pieno titolo. Invece, nel caso della norma che vietava le recinzioni, questo è avvenuto… spontaneamente, per mano del Legislatore regionale. Si vuol dire che il…gravissimo problema delle “recinzioni degli stabilimenti balneari” non è stato sollevato da nessun Comune interessato né dalle istituzionali Associazioni di categoria. E’ stato sollevato soltanto a Vasto. In nessun altra parte del litorale abruzzese, in nessun altro Comune (a meno che non fosse un cordone o una bassissima retina a vista), si è sentita la necessità di recintare gli stabilimenti balneari. A Vasto, sì.
Ora, si comprendono i motivi di sicurezza, che sono importantissimi; la garanzia di delimitazione, anche se non accade mai che il vicino… si allarghi su altre concessioni; l’affermazione di titolarità sul bene demaniale concesso… ma, ci si chiede, perché nelle altre parti d’Abruzzo, questo problema non esiste?!
Ritengo ci siano altri modi per tutelare la sicurezza degli impianti balneari, le loro strutture mobili e le attrezzature relative. Si fa come si fa nelle altre parti d’Italia in cui non esistono esigenze di delimitazione determinate da altri motivi. Si incaricano cooperative di guardianìa associando gli stabilimenti balneari e non dividendoli con steccati e palizzate!
Il mio intervento è mosso solo dal fatto di aver redatto, dal punta di vista della politico-amministrativo, il Piano Demaniale originale e, quindi, dal voler dire la mia circa eventuali successive modifiche. Certo è che, se prima in altre parti d’Abruzzo e dell’intera costa adriatica, il problema della sicurezza degli stabilimenti balneari è stato risolto in altri modi, oggi, è possibile che l’esempio vastese faccia… scuola. Ma una Legge i problemi dovrebbe risolverli e non crearli!
Grazie a Dio, la spiaggia di Vasto è così ampia e meravigliosa da poter e dover evitare simili brutture.
Massimo Desiati
Il ditodiddio!
Crediamo sia il caso di tornare sull’argomento evidenziato dall’Associazione Porta Nuova, nella scorsa settimana, e che ha destato l’attenzione dei Vastesi: “Cemento su Casarza”.In definitiva, la Giunta comunale, con due distinte Delibere del 2009, appellandosi ad un ipotetico “Errore materiale” del Piano di Assetto Idrogeologico (P.A.I.) della Regione Abruzzo, ha chiesto, ad un Organismo tecnico regionale, di correggere la cartografia allegata alla Legge e questo al fine di sanare situazioni di in edificabilità dalle quali era scaturito il sequestro di cantieri da parte della Procura della Repubblica. Per far questo, l’Amministrazione comunale ha chiesto, infatti, di derubricare, da P3 a P1, l’indice di pericolosità delle zone interessate.
Abbiamo motivo di ritenere che la vicenda non si esaurirà in qualche articolo di giornale, poiché essa presenta risvolti, a nostro giudizio, singolari. Ma non è l’aspetto giudiziario che ci preme né, tantomeno, i casi personali interessati da questa “sanatoria” che pur ha soddisfatto richieste di privati. Non ci piace la politica fatta nelle aule giudiziarie. Quel che ci appassiona è il comportamento, in termini amministrativi, della Giunta comunale.
Chi scrive, al tempo Assessore regionale al Territorio ed Ambiente della Regione Abruzzo, portò in approvazione il Piano di Assetto Idrogeologico, assumendo la grave responsabilità di inibire le potenzialità edificatorie in tanti comuni abruzzesi, il cui territorio non avrebbe potuto sopportare ulteriore gravame edilizio; tra questi, Vasto. La Regione si sarebbe dovuta munire da tempo di quel Piano di carattere ambientale ma nessuno aveva mai preso quella decisione, per alcuni aspetti, impopolare (anche a me, per esempio, sarebbe piaciuto poter sopraelevare casa in Via San Michele, proprio in una zona, invece, dichiarata, dal PAI, non ulteriormente edificabile). Fu un risultato importante per la sicurezza pubblica e per il rispetto dell’ambiente. Parallelamente, ci si prodigò nella ricerca di finanziamenti, presso il Ministero dell’Ambiente, per la messa in sicurezza di ampi territori regionali e partirono rilevanti opere di consolidamento per molti comuni tra cui Vasto, in questo ultimo per un importo complessivo di 6 milioni e 500mila Euro! Chiaramente, molti privati, il cui scopo non era necessariamente speculativo, videro svanire la possibilità di edificare le proprie abitazioni su quei terreni ricadenti nelle zone inibite alla costruzione o altrimenti vincolate a poderose opere di consolidamento e ricordo l’umano scoramento di chi aveva sognato di poter godere delle bellezze cittadine da un sito, magari, acquistato con sacrificio. Alcuni si avventurarono ugualmente nella realizzazione di manufatti, sostenuti, nella loro scelta, da una interpretazione delle norme, a mio giudizio quantomeno superficiale, da parte del Comune di Vasto.
In definitiva, il Comune rilasciò autorizzazioni edificatorie nel rispetto del proprio P.R.G. tralasciando, però, quanto previsto nella cartografia e nelle norme contenute nel Piano regionale di protezione del territorio. Ne derivò una situazione incresciosa: la Procura della Repubblica sequestrò alcuni cantieri pur autorizzati dal Comune.
Andiamo ad oggi. Il Comune, recependo e, quindi, facendo proprie perizie di tecnici all’uopo incaricati dai privati interessati al dissequestro dei cantieri, ha chiesto ed ottenuto, da un organismo tecnico della Regione Abruzzo, l’alleggerimento dei vincoli su terreni individuati con precisione millimetrica. Così facendo è stato possibile ottenere due risultati: i terreni sono stati liberati dagli impedimenti di edificabilità e, al contempo, il Comune ha “assolto” sé stesso dal fatto di aver rilasciato autorizzazioni a costruire senza tener conto del P.A.I.!
Ma come ulteriore conseguenza, viene così prodotto un pericolosissimo precedente. Infatti, chiunque voglia costruire in zone oggi ancora classificate ad alta pericolosità idrogeologica potrà rivolgersi al Comune e, con una semplicissima perizia di parte, ottenere le autorizzazioni ad edificare! In tanti si chiederanno: “Perché a lui sì ed a me no?”. Basterà appellarsi al cosiddetto “Errore materiale” (per altro non dimostrato nel concreto), per la verifica del quale il Comune non nominerà neanche un proprio perito per il contraddittorio tra le parti, ed il gioco è fatto! Il Comune dovrà limitarsi a far proprio quel che sostiene la parte privata e basta!
Ma ci chiediamo: a cosa è servito fare il Piano di Assetto Idrogeologico? Uno studio durato anni, prodotto grazie al coinvolgimento di Università, consulenti scientifici, tecnici regionali e comunali, con tanti soldi pubblici spesi ed un lavorio gravoso, fatto di confronti, concertazioni ed infinite riunioni?! A cosa è servito impegnarsi seriamente per la difesa del territorio se, poi, basta richiamarsi ad un ipotetico “Errore materiale”, sostenuto dalle parti interessate, senza neanche uno straccio di verifica da parte del Comune che recepisce e zitto quanto sostiene il privato?! A cosa è servito il Piano di assetto idrogeologico se, poi, arriva non la “mano” ma addirittura il solo “dito di Dio” ad indicare che quel preciso terreno, proprio quello e non gli altri attorno, “miracolosamente”, non è più franoso ma è diventato fermo, sicuro, stabile, solido?!
Questa sì che è una vergogna ed i Vastesi ne rimangono sconcertati!
Massimo Desiati
Centro storico
Normalmente, l’apertura di nuovi parcheggi in una zona immediatamente limitrofa ai Centri storici rappresenta una vera boccata d’ossigeno per i residenti e per gli esercenti il commercio nel quartiere “nobile” della città. A Vasto, no; rappresenta una difficoltà.Normalmente, la disponibilità di nuovi posti auto in dette zone, oltretutto a pagamento, non comporta la trasformazione dei parcheggi già esistenti, quelli all’interno del Centro storico, da liberi a pagamento. A Vasto, no; diventano “blu” anche questi e, quindi, si paga.
Normalmente, nelle “Zone a Traffico Limitato” (proprio perché limitato), si agevolano e si regolano le operazioni di carico e scarico delle merci per favorire il miglior servizio alla clientela da parte delle attività commerciali di quelle aree. A Vasto, no; l’approvvigionamento delle merci si rende complicato.
Certo è che c’è la necessità di approntare un Regolamento che disciplini l’ingresso nel Centro storico per le varie categorie di persone che, a vario titolo, ne devono veder riconosciuta la possibilità. Non è agevole, soprattutto considerando la vasta tipologia di queste categorie ma è un discorso che va comunque affrontato per evitare assurdi impedimenti ed insormontabili difficoltà.
Soprattutto nella prospettiva di una rivitalizzazione del Centro storico e per guardare oltre la punta del naso, la casistica è ampia (due punti): residenti, titolari di esercizi per il commercio su area privata e di pubblici esercizi di somministrazione, artigiani che effettuano vendita diretta al pubblico, persone con temporanea dimora, titolari o utilizzatori di autorimesse o posti auto su area privata e, poi, ditte che effettuano attività di manutenzione al domicilio, imprese di autotrasporto merci in conto terzi e ditte che effettuano trasporto merci in conto proprio, attività che prevedano la consegna merci a domicilio del cliente, istituti di credito, ditte di trasporto valori, istituti di vigilanza privata, agenti di commercio che trasportano campionario voluminoso o preziosi, associazioni di volontariato che effettuano trasporto ed assistenza infermieristica a domicilio, ditte che forniscono pasti a domicilio per anziani, medici, infermieri, persone che prestano assistenza a familiari non autosufficienti, titolari di alberghi e strutture ricettive, loro clienti, enti che hanno esigenze operative di pronto intervento o svolgono compiti di carattere istituzionale. Queste sono le persone e le attività che fanno vivere un Centro storico e che sarebbe demenziale espellere!
Per ognuna di tali categorie è necessario prevedere autorizzazioni al transito ed alla sosta, differenti per orario e per tipo di accesso, sia esso nelle “Zone a Traffico Limitato” che nelle “Aree Pedonali”. Permessi, quindi, che consentano la circolazione limitatamente alle vie e percorsi indicati e che abbiano una validità prestabilita: permanenti, temporanei o giornalieri, a seconda la categoria di appartenenza dei loro titolari.
Ai residenti potrebbe essere consentito l’accesso permanente di un solo autoveicolo per nucleo familiare, mentre, per i motocicli in proprietà, potrebbe non esserne limitato il numero, purché in transito fino o dalla propria abitazione, secondo il percorso più breve e per la sosta in aree specificatamente designate, laddove non si disponesse di aree private; in ogni caso, nelle “Aree Pedonali”, dovrebbero essere condotti a mano e con motore spento. Comunque, le autorizzazioni per i residenti consentirebbero solo il transito dei veicoli nella zona di appartenenza, indicata sul contrassegno, per raggiungere la propria abitazione.
Il transito dei residenti nelle “Aree Pedonali” potrebbe essere consentito solo al fine di effettuare operazioni di carico e scarico in prossimità della propria residenza, nei limiti di tempo strettamente necessari ad effettuarle e comunque non eccedenti i 30 minuti, salvo specifica autorizzazione rilasciata dalla Polizia municipale.
Per quanto riguarda i titolari di esercizio per il commercio su area privata e di pubblici esercizi di somministrazione alimenti e bevande, nonché di artigiani che effettuino la vendita diretta al pubblico in locali all’interno della Z.T.L. o A.P., è indispensabile prevedere autorizzazioni permanenti per l’effettuazione delle operazioni di carico e scarico merci, anche se limitatamente a determinati orari: dalle ore 6.00 alle 10.30 e dalle 15.30 alle 17.30, nei limiti di due fasce della durata massima di 90 minuti ciascuna, a scelta dell’esercente e nei giorni di apertura, con una sosta continuativa della durata massima di 45 minuti.
Gli artigiani e le altre ditte in genere che effettuano attività di manutenzione al domicilio o nel negozio del cliente potrebbero essere autorizzati all’accesso temporaneo o giornaliero nei soli giorni feriali, dalle ore 7 alle ore 19, ed alla sosta nelle immediate vicinanze del luogo in cui deve essere effettuata l’attività di manutenzione, per un tempo massimo di 90’, esponendo l’indicazione dell’indirizzo presso cui l’attività è svolta.
Per quanto attiene le imprese di autotrasporto e le ditte che effettuano trasporto merci in conto terzi sarebbe auspicabile che autorizzazioni temporanee o giornaliere ne consentissero il transito nella ZTL in tutti i giorni feriali, dalle ore 6.00 alle ore 10.30 e dalle ore 15.30 alle ore 17.30 e, nella giornata del sabato, nella sola fascia oraria 6/10.30; con una sosta consentita di massimo 30 minuti. Le imprese che effettuano traslochi, potrebbero transitare, autorizzate giornalmente, per il tempo strettamente necessario alle operazioni di carico e scarico, dalle ore 7.00 alle ore 20.00 di tutti i giorni feriali. Agevolazioni potrebbero essere previste per veicoli con alimentazione elettrica, a metano a GPL o anche ibrida (veicoli dotati di motori elettrici e di un motore termico),
Nel caso, poi, di ditte o di privati esercenti che effettuano trasporto merci in conto proprio potrebbe essere rilasciata una sola autorizzazione permanente per consentire il transito, nei soli giorni feriali, dalle ore 6.00 alle 10.30 e dalle 15.30 alle 17.00, nei limiti di due fasce della durata massima di 90 minuti ciascuna da riportare sul contrassegno ed a scelta dell’esercente, nei giorni ed orari di apertura dell’esercizio, con sosta autorizzata per la durata massima di 45 minuti.
Le altre categorie, quelle che non hanno frequentazione quotidiana del Centro storico, potrebbero essere autorizzate giornalmente e nelle fasce orarie consone alle loro attività.
Naturalmente, qualunque titolare di autorizzazione avrebbe l’obbligo di esporre il contrassegno.
Massimo Desiati
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Agorà, l’ultimo film di Alejandro Amenàbar
Uno strumento per riflettere sul rapporto tra scienza e religione o una denunzia contro il fanatismo in generale?È bello sapere che a Vasto gli eventi culturali stanno diventando un fenomeno cittadino, capace di coinvolgere tutti e soprattutto i giovani. È perciò importante che l’obiettivo di iniziative come il Festival della Scienza sia quello di evitare di veicolare preconcetti ed errori, o, peggio ancora, ideologie che minano, nelle fondamenta, la legittimità e la bontà di certe iniziative.
Nello specifico, mi riferisco alle dichiarazioni dell’assessore alla cultura del comune di Vasto, Anna Suriani, la quale, presentando l’anteprima nazionale del film Agorà, di Alejandro Amenàbar (proiettato poi giovedì scorso), ha ritenuto l’evento importante perché aiuterebbe a riflettere sul “rapporto tra Scienza e religione”.
Ora, si tratta di un’affermazione, che, sebbene (ne sono convinto) pronunciata in assoluta buona fede, è superficiale e, in fondo, errata, perché non individua la causa vera dell’omicidio di Ipazia (la protagonista di Agorà). Non sono, infatti, la religione (né tantomeno quella cattolica) e la sua presunta (e falsa) avversione contro la scienza ad avere spinto degli uomini ad uccidere Ipazia, ma i loro “fanatismi”, e cioè i “fanatismi” di chi pensa, sbagliando, di poter difendere le proprie idee o la propria fede (arrivando sino all’omicidio), non per il bene comune ma contro qualcuno.
E, poiché i “fanatismi”, e non la religione, sono il male assoluto, occorre prendere spunto dalla proiezione del film per comprendere meglio i “fanatismi”, che colpiscono gli uomini in diversi modi. Non esiste, infatti, solo il fanatismo religioso, ma anche quello politico o scientifico. In particolare, tralasciando la descrizione del fanatismo religioso o politico (più noti), mi sembra opportuno, alla vigilia del Festival delle Scienza, ricordare il fanatismo scientifico, ovvero quei comportamenti, che affermano il valore assoluto della scienza al di sopra dell’uomo. Sulla base di questa impostazione ideologica, si è arrivato perfino a negare la vita, come valore assoluto, e ciò a favore di una cultura “disumanizzante” come quella dell’eugenetica, dell’eutanasia e dell’aborto.
Pertanto, il film Agorà deve servire a riflettere sui “fanatismi”, mentre spostare l’attenzione sul “rapporto tra Scienza e religione” significa impostare una qualsiasi iniziativa culturale su basi deboli perché non vere, rischiando così di vanificare tutti gli sforzi encomiabili (anche da parte dell’amministrazione La Penna), profusi per promuovere e organizzare eventi come il Festival della Scienza. Tutti noi, e soprattutto i giovani, abbiamo bisogno, infatti, di ideali umanisti, forti, veri e non di ideologie e di relativismo culturale.
Se si riuscirà a soddisfare questo bisogno umanista, allora, la cultura, anche a Vasto, diventerà uno strumento di crescita economica e sociale di tutta una comunità.
Avv Vincenzo Bassi
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Un giorno di nuova speranza
Ieri, chiuse le urne, in un pomeriggio di notizie via via sempre più confortanti, ed una sera di entusiasmo di piazza della gente “che ha vinto”, i cittadini di Tivoli – a dire di un astante alquanto defilato – sembravano manifestare, accompagnando l’eletto a Palazzo San Bernardino con bandiere e battimani, per una ritrovata libertà, una sorta di altra…Liberazione, quantomeno – e non sembri poco – per la possibilità di stare in piazza e in strada potendo dire, senza dover temere alcuno e alcunché: Io, o noi …non stiamo con Vincenzi, non vogliamo più Marco Vincenzi e il Pd in Comune!Se questo è vero, mentre cominciando a scrivere pensavo di titolare “Questo nuovo giorno è un Bel Giorno”, ora ritengo che il giorno del successo di una compagine cittadina opposta a quella che ha governato oltre un decennio ha soprattutto messo manifestatamente in piazza un uso distorto della democrazia, ad opera di chi - pur eletto dal demo, forse…ottusamente in buona fede, ma con un concetto della politica “asservita” e non “al servizio” - ha pensato di poter sottomettere, col contributo acritico e servile di alcuni suoi fidati e insulsi collaboratori, ai suoi desideri personali, alle sue smanie riqualificatrici a senso unico, una città e soprattutto i suoi democraticamente anche critici e irriducibili cittadini.
Sarà di certo “un bel giorno” non questo, in cui una buona intesa democrazia ha permesso alla città una fisiologica alternanza, ma quelli successivi quando, opere alla mano, anche piccole e ordinarie, ma quelle giuste, quelle politicamente dovute, il cittadino vedrà o avrà la sensazione che “al Comune” c’è gente a cui preme la vita, sia pure quotidiana, e insieme una insopprimibile ma razionale, attenta e condivisa, voglia di sviluppo, della comunità. Non a caso il motto del nuovo Sindaco è stato, recepito e vincente: “Noi tutti, insieme”. Allora sì, questo lo ricorderemo come un bel giorno, ma lo sarà perché oggi i cittadini di Tivoli, malgrado i ricatti, le minacce più o meno velate, le gherminelle, le prese antiche per i fondelli, sono riusciti a capire e a decidere che era ora di cambiare realmente e di dare alla città una possibilità nuova.
Questa la mia personale soddisfazione, e anzi, per me a volte scettico sulle capacità democratiche della gente di saper capire, vedere e scegliere, è…una sicura lezione. La accetto, e mi inchino doverosamente alla gente cittadina e non più popolo sottomesso e da sottomettere.
Giuseppe F. Pollutri
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Per una nuova cultura di destra
Le due Italie: regresso spacciato per progresso
L'unica Italia in cui posso riconoscermi è quella dei Cavour, dei D'Azeglio, dei Sella, degli Aosta, del prefetto Mori, dei Diaz, dei D'Annunzio; e non quella dei Togliatti, degli Sturzo, dei Mattei, dei Pertini, dei Sindona, dei Vasco Rossi. Mi riconosco nell'Italia lavoratrice e ospitale, stracolma di tesori d'arte e di cultura, l'Italia dei "colli per vendemmia festanti e le convalli popolate di case e d'oliveti", l'Italia onesta e risparmiatrice, nella quale le chiavi di casa venivano lasciate fuori sulla porta.Non c'entro nulla con l'Italia incivile e invivibile degli immigrati pregiudicati, dei centri sociali e dei balordi, dei pub e delle discoteche, dello spaccio e della prostituzione, della cementificazione e della criminalità organizzata, di tangentopoli e concorsopoli, dei sottosegretari e degli assessori, del clientelismo e del voto di scambio, delle tasse e dei milioni di dipendenti pubblici: questa Italia io non la voglio, di un paese ridotto così non so che farmene. E capisco benissimo quelle famiglie sufficientemente benestanti, ma prive di potere, anche solo locale, che stanno programmando la fuga in Svizzera o in qualche altro paese civile, o che, numerose, tale fuga hanno già attuato. Esse sembrano dirci: “Questo pattume godetevelo voi”.
Può la cultura reagire a questo degrado, a questa decadenza? L'Italia e l'Europa hanno bisogno di svecchiare la cultura di destra, rimasta fondamentalmente statalista, hegeliana e bismarckiana, hanno bisogno di meno stato e più mercato, di meno politici, amministratori e burocrati, e di più imprenditori, investitori, speculatori, di tutti coloro che producono ricchezza. Non capisco la follia di coloro che, pur rendendosi conto che lo stato è uno strumento oggi in mano a famiglie di scadenti potentati, vogliono conferire a questo stato-strumento più poteri, più funzioni, più tasse, più soldi, contro gli interessi della propria famiglia. E' come darsi la zappa sui piedi. E non ho usato casualmente il termine “speculatori”, il cui significato qui in Italia viene costantemente e volontariamente falsato allo scopo di perseguire precisi interessi economici di parte. Tra il vecchio pattume ideologico cattocomunisteggiante che affligge certa destra statalista vi è infatti anche un astio ingiustificato verso il mondo della finanza, una delle poche oasi di libero mercato rimaste, dove gli speculatori sono coloro che rendono possibile l’interscambio al miglior prezzo di merci e valori, così svolgendo una funzione benefica e indispensabile per l’economia. Questo odio contro i lavoratori del settore della finanza viene costantemente e pervicacemente instillato dai mass media al soldo della grande industria assistita, quella che ripiana i propri bilanci in rosso coi soldi di noi contribuenti, e che vede la libera concorrenza come il proprio peggior nemico. Per capire il divario di mentalità cogli USA, lì investitori e speculatori privati sono considerati degli eroi, perché rischiano in proprio. Alla nostrana grande industria assistita e quindi statalista, antiliberista, piacciono invece le grandi banche di regime, sempre rifinanziate dallo stato, e gli amministratori delegati dai compensi milionari che non posseggono un’azione delle imprese che dirigono, ma che eseguono così bene gli ordini delle famiglie padrone.
In Italia abbiamo una strana genia di famiglie dominanti: sono per lo più famiglie padrone di grandi gruppi imprenditoriali, eppure vogliono far soldi non combattendo liberamente sul mercato, ma controllando e sfruttando lo stato e il fisco. E così ben oltre metà della ricchezza che ogni giorno produciamo se ne va in tasse. Per tenersi al potere queste famiglie di padroni devono stipendiare politici, amministratori, burocrati, impiegati di enti inutili, che vendono loro il consenso. Il bello è che li pagano coi nostri soldi, coi soldi di noi contribuenti. In cambio, ci fanno vivere, tartassati, in un inferno di clandestini, di spaccio, di prostituzione, di leggi vessatorie, di criminalità, di locali notturni, di centri sociali, di inquinamento e rumori.
Ma chi ha la colpa principale in tutto ciò? Quanto vale il popolo, il cittadino italiano medio? Quanto il popolo vuole realmente liberarsi dalle sanguisughe che degradano la qualità della sua vita? Il popolo possiede quell’intimo attrezzamento culturale che gli darebbe il potere di reagire?
Chi delega potere perde potere. Chi si fa amministrare arricchisce l'amministratore e impoverisce se stesso. La democrazia formale delegata è una finta democrazia: è fin troppo facile per le famiglie al potere controllare e pilotare le elezioni. Tali famiglie hanno a disposizione l'apparato partitico-burocratico, il clientelismo e il voto di scambio, mediante i quali stabiliscono chi deve essere messo in lista e chi risulterà sicuramente eletto. Il peggio è che alle famiglie padrone questo apparato clientelare e parassitario non costa un centesimo: glielo paghiamo noi contribuenti con le tasse. E' quindi necessario inventarsi nuove forme di democrazia diretta e partecipata. Perché, se accettiamo tutto l’attuale marciume, e pensiamo al calcio, alle discoteche, alla mina del sabato sera, al mostro in prima pagina, o a qualsiasi irrilevante contingenza con cui distraggono la nostra attenzione, come possiamo definirci?
L’antidoto all’attuale degrado è culturale, è il massimo di rispetto e di tutela della proprietà privata, e la più ampia libertà di entrata sui mercati, il più ampio spazio per intraprendere liberamente attività produttive, senza alcun tipo di vessazioni burocratiche, fiscali e stataliste. Lo stato pensi all'ordine pubblico, oggi per lo più volutamente reso inesistente, e a difendere i confini dalle massicce invasioni straniere in atto di immigrati clandestini, che rendono città, paesi e campagne invivibili, e spingono i prezzi delle case, in acquisto o in affitto, alle stelle.
Quando discutiamo di potere e di ricchezza della nazione, abbiamo il dovere etico di essere seri, pragmatici, e di guardare alla realtà, senza farci istupidire da obsoleti pregiudizi demagogici e soprattutto ideologici. Nel parlare di economia sono solito far riferimento alle teorie di politica economica della destra pragmatista e liberista americana, da Norquist a Ron Paul, da Von Hayek a Hoppe, da Goldwater a Buckley. Amici di destra leggono queste teorie e non le capiscono, le giudicano troppo di destra o troppo di sinistra, troppo moderate o troppo estremiste e rivoluzionarie. Eppure in USA esse sono il pane quotidiano di chiunque abbia il buon senso di interessarsi di politiche economiche e fiscali, ovvero di tutelare i soldi che si è sudato e le sue proprietà, in primis nei confronti dello stato.
Sarebbe anche ora di superare questa obsoleta contrapposizione tra destra e sinistra. Oggi l’unica differenza tra destra e sinistra è che obbediscono a differenti cosche di famiglie padrone. La contrapposizione tra destra e sinistra è irreale, rilevante per il futuro delle nostre famiglie come la contrapposizione tra due squadre di calcio. Il superamento di tale contrapposizione consiste nel togliere soldi e potere alle famiglie padrone dello stato, riducendo drasticamente tassazione e spesa pubblica, da tali famiglie padrone controllate. Il superamento di tale contrapposizione è un nuovo liberismo marcatamente privatista, regolato tramite forme evolute di democrazia diretta.
Ma attenzione: il vero liberismo non è quello di politici, professori universitari, superburocrati, tutta gente pagata coi soldi dello stato, coi soldi di noi contribuenti, quindi tutta gente statalista per natura e per definizione. Il vero liberismo ha come veri e unici protagonisti quei cittadini, imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi, dipendenti del settore privato, che ogni giorno combattono liberamente sui mercati, e, producendo ricchezza, tengono in piedi l'intero sistema. Siamo noi ceti produttivi il liberismo. Gli altri, politici, professori universitari, superburocrati, quelli che non producono nulla se non ideologie e chiacchiere, stipendiati con la ricchezza prodotta da noi e non da loro, sono liberisti a chiacchiere, appunto. Molta gente dovrebbe riflettere sulla propria inutilità.
Ma consideriamo il luogo deputato agli studi di cultura politica ed economica: le scuole e le università italiane, quasi tutte stataliste e di sinistra, troppo spesso piene di docenti di dubbio valore e selezionati con metodi clientelari. I docenti entrati vincendo un regolare concorso, senza imbrogli e raccomandazioni, per puro merito, una volta visto l'ambiente, quando hanno il coraggio di rinunciare al sicuro ma deprimente posto pubblico, si dimettono. E quei dipendenti pubblici che invece tirano a campare, o ad appropriarsi di più soldi pubblici possibile, sono, per natura e per mediocrità, statalisti. Ecco il perché della silenziosa censura verso gli autori liberisti: Menger, Von Mises, Von Hayek, Rothbard, Hoppe, Huerta De Soto. Al massimo si studiano superficialmente Milton Friedman e Arthur Laffer, ma solo per farne bersaglio di critiche. E' l'oscurantismo culturale di regime.
E’ noto che gli Italiani leggono poco libri e giornali. Eppure “sapere è potere”, la cultura è la prima arma di difesa, serve a rendersi conto di ciò che ci accade realmente intorno, di come “funziona” la società in cui viviamo. Fregarsene vuol dire mettersi nelle mani di altri, del potere. Se non ti occupi di politica, la politica al soldo delle famiglie padrone si occuperà di te, in primo luogo togliendoti buona parte della ricchezza che hai e che ti sei sudato. Il prelievo fiscale “ufficiale”, dichiarato, è prossimo a metà del reddito prodotto, quello reale è molto più alto, siamo ai tre quarti, e senza contare gli altri strumenti di proletarizzazione: inflazione, debito pubblico, spesa pubblica pilotata…
Mi domando e vi domando: per chi lavoriamo e produciamo ricchezza? Per noi e la nostra famiglia, o per famiglie altrui che si comprano il consenso e fanno la bella vita coi nostri soldi? Il genere umano, oltre che in lavoratori e parassiti, in gente onesta e disonesta, si è sempre naturalmente diviso in padroni e servi, dominanti e dominati, governanti e governati. Quindi abbiamo padroni e lavoratori onesti da una parte, e dall’altra padroni, boss, e loro servi parassiti, ladri, delinquenti. Anche coloro che non credono nelle schematizzazioni astratte, riconosceranno che questa differenziazione tra chi produce ricchezza e chi ruba, per lo più tramite lo stato, la ricchezza prodotta dagli altri è la fotografia immacolata delle due Italie oggi coesistenti. E questo indipendentemente dal fatto che chi produce ricchezza sia il padrone o il dipendente o il lavoratore autonomo. Le obsolete distinzioni fra padroni e lavoratori, fra lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti, ormai le predicano solo i sindacati di regime, per giustificare la propria sopravvivenza inutile e parassitaria, per nascondere il fatto che quando affermano di rappresentare i lavoratori nel caso migliore suscitano ilarità.
Il dominante che si impone per i suoi meriti e le sue capacità viene spontaneamente riconosciuto come governante, e cura la qualità della vita dei governati come se fosse la propria. Il dominante di infima qualità, quello che si impone con la violenza, col crimine, col furto, con l’inganno, mantiene invece i governati nelle peggiori condizioni possibili, perché sa che peggiore è la qualità di vita dei governati, tanto meglio è per lui. Il governato, il cittadino qualunque, che si affanna a sopravvivere nel degrado ambientale, familiare e personale in cui il cattivo padrone lo fa esistere, non riesce a trovare le energie per cacciare il cattivo padrone dalla greppia. E per questo il cattivo dominante sembra eterno, potente e non abbattibile, quando in realtà cacciarlo sarebbe facile, basterebbe che il popolo mostrasse volontà, iniziativa, organizzazione, fermezza e perseveranza, e tenesse di più i soldi che si è sudato dentro le proprie tasche, invece di farseli estorcere senza reagire. I dominati che rimuovono dalla loro mente ciò che è sgradevole, che si rifugiano nell’inanità, nell’indolenza, nell’ironia, nel lasciar correre, nel “ma che ce frega, ma che ce ‘mporta”, sono i migliori alleati del cattivo padrone. Per loro sono stati costruiti stadi, discoteche, centri commerciali. Per mantenerli stupidi e inoffensivi servi.
Eppure chi è una persona seria, ricco o povero che sia, chi si alza ogni mattina per andare a lavorare e produrre ricchezza, dovrebbe pensare costantemente a difendere se stesso, il suo patrimonio, la sua famiglia, i suoi figli. Dovrebbe pensare in primo luogo a riappropriarsi del territorio in cui vive, anche, perché no, mediante ronde notturne e diurne, e comitati di quartiere autogestiti. Per cominciare. Inutile delegare, inutile aspettare che altri ci risolvano i problemi. Se, lasciando da parte pregiudizi ideologici, non li risolviamo da soli organizzandoci e coalizzandoci tra gente onesta e lavoratrice, nessuno ce li risolverà.
Avv. Filippo Matteucci
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Un attimo, solo un attimo
Oramai ci stiamo veramente abituando a vedere di tutto. Nell’era paleolitica… della Politica, le organizzazioni ed i movimenti avevano persino istituito le “Scuole di partito”. Occasioni per riflessioni ed approfondimenti su temi culturali ed anche più direttamente legati alle attività di proselitismo. Momenti in cui si era alla ricerca di conferme evolutive della propria dottrina e del pensiero che alimentava la concreta azione del “fare la Politica”. Era il modo di trovare sostegno o scovare contraddizioni per chi ambiva alla propria crescita personale e ad un impegno al servizio delle comunità amministrate.
Per coloro che ancora svolgono attività politica fin da quei tempi, ripensare a quelle esperienze ed avere il dovere di sentirsi mortificati è tutt’uno, qualunque fosse e sia la propria appartenenza. Don Sturzo, De Gasperi, Croce, Gentile, Evola, Almirante, Marx, Engels, Gramsci o Berlinguer non sono solo scomparsi, sembrano non essere mai esistiti! Nostalgie? Probabilmente, sì. Ma chi lo ha detto che la nostalgia è un male di per sé?! Riflettere su allora significa non essere al passo con i tempi? Far politica vuol dire saperli interpretare e cavalcarli? Il fatto è che la Politica è educazione, è cambiamento, è evoluzione di sé stessi e per la popolazione. Ed allora perché la Politica non potrebbe cambiare anche i propri elementi in putrefazione? Già, il “rinnovamento della politica”.
Se la politica è realtà interpretata dalle persone, il suo rinnovamento sembrerebbe dover passare per il tramite del cambiamento delle persone, sembra ovvio. Se le persone vivono il proprio tempo proiettandolo nel futuro, è impegnando i giovani che dovrebbe essere stimolato il cambiamento. Il problema è che i cosiddetti giovani non sono chiamati a maturare le proprie esperienze in virtù di insegnamenti quali quelli dell’”era paleolitica” ma vengono cibati a pane e convenienza. Così facendo, diventano sciocchi strumenti delle convenienze altrui; di chi, in verità, non vuole alcun rinnovamento ed anzi si perpetua, nella propria mala fede, attraverso “facce nuove” che coltiva ed istruisce.
C’è la responsabilità di una generazione che sta nel mezzo, che non ha saputo, a volte non ha voluto, altre volte non ha potuto dare gli esempi giusti.
Chi fa politica oggi è solo un bene fungibile, ammesso che sia un “bene”. Il bene fungibile non ha caratteristiche proprie e, sempre di più, chi fa politica è soltanto un replicante, è carne da macello. Poco importa che stia di qua o di là, è un numero e non ha volto, anzi… non ha faccia! Per questo, poco interessa quale sia il suo nome ed in che partito militi, è niente, basta porti qualche voto in più. Credibilità ed autorevolezza sono elementi sostituiti da spregiudicatezza, protervia e cinismo. L’intelligenza è nel riuscire ad ingannare chi ancora “ci crede” o nel gestire chi ci vuol campare.
Tra pettegolezzi, dicerie, offese, furberie, volgarità, bugie e prepotenze della politichetta nostrana vale la pena fare un attimo, solo un attimo di riflessione. Ci si astenga, per un momento, dal volersi dissetare del sangue dell’avversario, magari fino a ieri amico.
Ecco, l’attimo è passato. Si può tornare ai pettegolezzi quotidiani…
Massimo Desiati
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La vanagloria
Tanto il malessere diffuso. Ma i tanti che spesso provano l’impulso a dire la propria, subito dopo vi rinunciano. Non ne vale neanche la pena. Anche il termometro popolare della protesta, fino a qualche tempo fa temuto e tenuto d’occhio da chi ha ruoli di responsabilità, non segna più alterazioni. Ci si è abituati ad una distanza che sembra incolmabile tra chi, ovunque, rappresenta la città ed i suoi abitanti. Come fossero cose che non riguardano la propria quotidianità, i Vastesi accettano la situazione e, con essa, il lento declino di una città. Sembra non esserci più interesse per le vicende della politica amministrativa. E non crediamo sia da biasimare chi soltanto nel disinteresse trova rifugio, quanto piuttosto sia da deplorare chi scambia i luoghi della politica per spazi da colmare in ragione della propria personale ambizione.
La dimostrazione di quanto si afferma vien fuori dalla lettura degli ultimi risultati elettorali; quelli che hanno permesso di confrontare i dati delle elezioni Europee con quelli delle Provinciali. Lo stesso giorno, nello stesso momento, i Vastesi che non hanno votato o hanno votato scheda bianca (le nulle si eguagliano) per le Europee sono stati il 39,35% mentre, per le Provinciali, hanno raggiunto il 45,82%. Qualcosa vorrà pur dire! Non c’è confronto, infatti, tra l’interesse ad esprimere il voto a favore di personaggi, spesso sconosciuti, candidati per l’Europa e concittadini (ben 40 nell’occasione!) candidati per amministrare la nostra Provincia! Eppure, in termini assoluti, ben il 6,5% dei Vastesi ha scelto di votare per l’Europa e di non votare per propri rappresentanti in Provincia! E’ così che oggi si esprime la protesta nella nostra città, silenziosa, di persone sfiduciate, concittadini che… non ci credono più! E come poter credere in chi, invece di spendere il proprio tempo e la propria energia al servizio della città, ovunque collocati nello scenario istituzionale del territorio, si impegna per impedire che altri acquisiscano maggiore… visibilità. Come poter credere a chi occupa uno spazio amministrativo soltanto per farne il personale punto di forza per ambire a… scatti di carriera o per vincere guerre interne di partito o di coalizione!
La nostra è oramai una città che necessità di strategie politiche serie e che non può fermarsi di fronte alla pochezza di alcuni che pensano di poter giochicchiare con ruoli amministrativi o che ritengono di aver trovato il modo di passare fruttuosamente le proprie giornate trastullandosi in atteggiamenti di potere, magari conditi da spocchia e superbia!
Occorre avere e saper condividere un progetto per Vasto, che non sia finalizzato all’eccessivo ed immotivato compiacimento dei meriti dei singoli politici, ovunque politicamente collocati, ma al benessere dei più. (Riesci ancora a crederci?)
Massimo Desiati
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Riproponiamo un articolo, pubblicato il 20 Gennaio 2007 sul quotidiano "Libero", a firma di Marcello Veneziani.
ROVESCIARE IL ’68
L’intolleranza permissiva è l’ideologia che ci ha lasciato in eredità il 68. Permissiva sul piano dei valori e dei doveri, dei costumi e dei linguaggi; intollerante verso chi non si riconosce nell’ondata di liberazione civica e sessuale e non accetta il suo modello ideologico. L’intolleranza permissiva è l’esatto rovescio della tolleranza repressiva, che fu il filo conduttore della Contestazione, tessuto da Marcuse. Da ragazzi scrissero «Vietato vietare», da adulti aggiunsero: «I trasgressori saranno severamente puniti a norma dell’articolo 68». E nacquero gli anni del conformismo e del pensiero corretto, dove l’intolleranza a norma di codice ideologico cresce insieme alla morale permissiva. Una strana fraternità. Abele diventò il mandante di Caino.Il simbolo del 68 è un’intrepida ragazza dai capelli corti, issata sulle spalle dei compagni che sventola una bandiera vietnamita. È il santino della rivoluzione sessantottina come la Marianna della Rivoluzione francese e la Statua della Libertà. Quell’icona, che fece innamorare milioni di coetanei riempiendoli di passione ideale, ha una storia diversa dalla mitologia che ci è stata trasmessa. Per cominciare, non è un simbolo del maggio francese perché è una ragazza inglese. Non è poi un prototipo della rivolta antiborghese perché si tratta di un’aristocratica, la contessina Caroline de Bendern. Non è una foto casual perché Miss Caroline era una modella e si mise in posa, come lei stessa ammise in un’intervista a «Le Monde». Poi non era salita sulle spalle dei manifestanti per sventolare la bandiera, ma perché le facevano male i piedi. Nessun gesto eroico, ma mero parassitismo per comodità pedestre. Infine Caroline chiese un risarcimento al fotografo perché quella foto le costò la carriera di modella e suo padre il conte la diseredò. Da mito a gadget e testimonial. Crollato il mito di Caroline, l’ultima eroina che ci lasciò il 68 fu una bianca polverina.
Il 68 fu l’ultimo tentativo di sognare il mondo nuovo e l’uomo nuovo attraverso il disordine creativo. Il 68 è stato la sigla di chiusura di questa utopia che ha attraversato il Novecento, comunista, fascista e tecnologico, ovvero americano, russo-asiatico e italo-europeo. Di ognuna di quelle rivoluzioni il 68 ereditò un segno. E in più l’abbronzatura tropicale della revolución cubana.
Vedendo passare in corteo i sessantottini, Eugène Ionesco li ingiuriò con una profezia: diventerete notai. In effetti molti di loro passarono da Agito ergo sum a Rogito ergo sum. La Contestazione finì in cointestazione.
Il marxismo si presentò come la rivoluzione degli oppressi, il 68 invece fu la rivoluzione dei repressi. Non liberò dai padroni ma dai padri. Marx, corretto da Freud e da Lacan, finì in minigonna e jeans. Una volta liberati i repressi, restarono però i depressi. Jan Palach fu l’unico sessantottino che scontò la protesta sulla propria pelle. Gli altri incendiarono il mondo pensando a se stessi, lui incendiò se stesso pensando al mondo. Entrambi amarono la libertà ma in modo diverso. Lui affrontò i carri, gli altri la carriera.
Benché nemici dell’America, soprattutto dopo il Vietnam, i sessantottini furono figli del secolo americano; e furono i portatori, sani o insani, della globalizzazione. Il primato del Nuovo, il culto giovanilista, la priorità dell’agire sul pensare e sullo studiare, dello spettacolo sulla riflessione, portano un marchio di fabbrica: made in Usa. Sognavano Mao e praticavano Bob Dylan. L’internazionalismo si tradusse in globalizzazione.
Il 68 ha combattuto contro i tabù, edificandone altri: quante parole e consuetudini sono diventate impronunciabili dopo il 68? Pudore, verginità, timor di Dio, lutto, gerarchia, disciplina, educazione, obbedienza, sacrificio, fedeltà, castità, autorità, peccato... Un piccolo universo pratico e lessicale è caduto nella zona del silenzio, dell’irrisione e della deplorazione. Perché ogni egemonia porta con sé totem e tabù, divieti e virtuismi. A essere coerenti, dopo il 68, l’unica vera trasgressione è la tradizione.
La svolta copernicana della sinistra: da comunisti a omunisti. L’omosessualità assurge a valore politico, rivoluzione sociale, lotta di classe ormonale. La sua battaglia principale sembrano essere i diritti dell’Omo e derivati. Omunisti è la versione ideologica dell’omosessualità, come tutti gli ismi che affollano il teatrino delle ideologie. L’omunismo è il progetto dell’omosessualità di Stato, è l’ideologia che promuove la sua esibizione ed equipara le coppie omo alle famiglie, ritenendo irrilevanti i figli. Le diseguaglianze sociali, i poveri, i proletari, che come dice il nome avevano prole, interessano poco ormai. La sinistra si è tagliata la «c»; il prefisso greco «omo» non sta più per uguali ma per diversità protette. L’omanesimo celebra le coppie omosessuali, la festività del gay pride, la fiorente letteratura omosex, la scoperta euforica che l’omosessualità è diffusa pure tra gli animali, dunque non è contro natura; la potenza di una lobby omosessuale trasversale, la pubblica rilevanza di testimonial gay. Da Marx a Luxuria; dal Quarto Stato al Terzo Sesso. Ompagni, avete perso la testa.
Finiremo col ritenere il marchese de Sade un mite gentiluomo di sentimenti conservatori. Credeva d’essere trasgressivo e distruttore quando scriveva: «Non abbiate altri freni all’infuori di quelli dei propri impulsi, altre leggi all’infuori dei vostri desideri, altra morale se non quella della natura». E invece credeva ancora alle leggi della natura e ai freni imposti dalla propria indole; oggi, grazie all’uso di sostanze e alle manipolazioni genetiche, è possibile forzare quei limiti e varcare le prudenti colonne d’Ercole riconosciute da un marchese all’antica. Com’erano ammodo i sadici di una volta...
Festeggiammo i quarant’anni della minigonna. Celebrammo i sessant’anni della nascita dell’Lsd. Ricordammo i quindici anni del telefonino o le nozze d’argento del computer. Commemorammo i due secoli della lattina, l’anniversario dei jeans, il compleanno della Vespa, il genetliaco della 500, i cinquant’anni di Dixan. Quando personalizzeremo questi anniversari organizzeremo feste a sorpresa alla nostra lavatrice che compie gli anni, chiederemo all’asciugacapelli di spegnere le candeline per il suo compleanno, regaleremo un eau de toilette al bidet per il suo anniversario.
Dopo il 68 quali sono i dogmi a cui sottoporsi? Se ne potrebbe ricavare un catechismo: primo, l’antifascismo è il signore dio tuo. Secondo, ricordati di santificare i festival del cinema, della cultura e di tutto, gestiti dai reduci e figliocci del 68. Terzo, non nominare parole scorrette invano (es. negro, handicappato, cieco, spazzino, deviato). Quarto, onora i gay e le lesbiche. Quinto, non citare gli ammazzati del comunismo, dai gulag alle stragi nostrane. Sesto, non fornicare con autori proibiti e non dialogare con i reazionari. Settimo, commetti atti impuri, attento solo alle malattie. Ottavo, ama il prossimo lontano, meglio se neri, islamici o rom e disprezza il vicino, il famigliare. Nono, desidera le religioni d’altri, disprezzando la tua. E desidera pure la roba, la donna, il corpo e la lingua d’altri. Decimo, ingoia questo decalogo per tenerlo dentro di te e non far capire che qualcuno ti pilota. Firmato: L’Intellettuale Collettivo, carta intestata della polcul, la polizia culturale.
Tremila anime, due soldi, un piccolo comune. Ma la notte bianca no, non si tocca. L’ultimo grido del 68, ormai inveltronito, sbarca in periferia. L’acme dell’orgasmo paesano è la notte bianca. Ce l’abbiamo pure noi. Ma condannare un piccolo paese a passare la notte in bianco è una festa o una punizione? Che ci fanno i poveri abitanti di un piccolo comune per una notte intera in giro nelle quattro strade che battono tutto il dì? Il solito concertino skrauso, inevitabilmente di serie C, la solita taranta? Non si possono permettere attrazioni di grande livello, non hanno molti luoghi oltre la piazza principale, il caffè del centro e il circolo del paese. Una metropoli offre attrazioni, a cominciare dallo spettacolo di se stessa, migliaia di giovani che sciamano lungo le strade. Ma un paese che esorta qualche decina di giovani a tirar tutta la notte, che li istiga a viaggiare di paese in paese, di notte bianca in notte bianca, quasi a inventare un nuovo cococò, il debosciato da notte di professione, non è un po’ triste? Il vero provincialismo è questo, imitare la città, arrivare in ritardo, in piccolo, al kitsch, che è poi la ripetizione pacchiana dell’originale. Capisco le ragioni pratiche di consenso, l’impressione di modernità, l’idea di amministrazioni aperte ai giovani... Però questo bagno pubblico di rock, questo welfare della pizzica, ricorda l’Eca di una volta, l’Ente comunale assistenza applicato al circenses e non al pane per i poveri. Un po’ sovietico questo sballo comunale. Avremo il 68 di Stato e la cassa integrazione per i divertimenti?
Ah, come ci mancano persone come loro... A destra Longanesi e Montanelli, a sinistra Pasolini e Sciascia. Basta un anniversario e si tira fuori il fazzoletto dalla tasca per mettersi a rimpiangere le pietre dello scandalo che non ci sono più nell’epoca delle pietre dai cavalcavia. Siete proprio sicuri che la mamma dei talenti arrabbiati, capaci di spiazzare e sconcertare in casa propria, sia entrata in menopausa? Non vi sorge il dubbio che con quelle caratteristiche di bastian contrari sia più difficile oggi trovare accoglienza? Già alla loro epoca ebbero le porte chiuse, figuriamoci adesso che devi passare un triplice filtro: mercato, canone e lobby. Devi stare dalla parte giusta o, se proprio scegli il lato opposto, devi starci intero, senza sparigliare.
Marx e Lenin sognavano l’abolizione della famiglia. Avendo vinto i riformisti che pensano di arrivare gradualmente agli stessi risultati, si è preferito il sistema rateale; e la prima rata per l’estinzione della famiglia è la soppressione del padre. A dir la verità, la scomparsa del padre non è avvenuta solo per parricidio ma anche per suicidio o eutanasia. Nel 68 i ragazzi contestarono i loro padri e poi a loro volta rifiutarono la responsabilità di dirsi padri, sperarono di essere fratelli e complici dei loro figli, e magari pure figli delle loro mogli. Così bambineggiando, nella speranza di restare sempre ragazzi, diventarono tutti dei Pater Pan, variante babbea di Peter Pan.
Il tardo sessantottino soffre di nannismo. Ha la sindrome di Nanni Moretti: il girotondo è una marcia avvitata su se stessa, un circolo vizioso ripetitivo e autoreferenziale, avendo perso fiducia nell’avvenire. È tautologico perché crede di aver fatto una cosa di sinistra chiedendo di dire una cosa di sinistra. Nel suo cognome Moretti evoca un poeta crepuscolare e un brigatista pentito; il nannismo ne è la sintesi malinconica.
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Riproponiamo un articolo, pubblicato il 1° Aprile 2008 sul quotidiano "Libero", a firma di Alessandro Gnocchi.
Consigliamo la visione del video su You Tube
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